L’idea

Rosso Zafarana – prendiamoci cura di noi – è la sintesi di un percorso amorevole e collettivo, non soltanto culinario.

Eravamo ciccioni.
Quei ciccioni che diventano ciccioni a suon di diete.

Il mondo sta cambiando, ma in quei dì le diete erano privazione.
Io non me ne intendo granché di nutrizione, ma ciascuno di noi sa bene una cosa: se tenti e ritenti un processo fallimentare, allora quel processo tanto efficiente non è.
E questo vale in generale.
Il punto drammatico è che noi (e abbiamo scoperto di essere in ottima compagnia), istintivamente, poniamo resistenza nei confronti di questo basilare concetto. Come le mosche che cocciano contro il vetro ritenendo quella la via d’uscita: mille e mille volte e poi milleuna.

Perché?
Sostanzialmente perché non vediamo alternative.
Noi non vedevamo alternative.
Non conoscevamo alternative.
Le diete sono grammi, petti-di-pollo-insipidi e poco conditi; nella migliore delle ipotesi centrifughe e tre asparagi.

E poi e poi sport! Molto sport! Aerobica ragazzi!
Come avessi la forza di farne (e non per via della effettiva energia disponibile – quella proprio termodinamica intendo, che di quella ne hai – ma per l’entusiasmo atterrito).

Ora, quale che sia la formula magica adottata, e quale che sia la forza di volontà del torturato, questo modo, questa quotidianità di vita è insostenibile.
Perché è privazione. E deve finire.
E quando finisce, oh quando finisce: quella fetta di pane in cassetta con la Nutella e praline di zucchero croccanti fritte e panate: ecco, adesso sono permesse. Perché la dieta è finita, quindi è permesso tutto ciò che la dieta vietava.

Mi rendo conto che è obsoleto raccontare di questo adesso che anche la GDO sta iniziando a distribuire prodotti un tempo confinati nelle piccole botteghe di cibi biodinamici, ma fino a poco tempo fa l’idea di un’alimentazione QUOTIDIANA differente, in termini qualitativi delle materie prime, era tutt’altro che pop.

Veniamo all’epifania: mangiavamo SBAGLIATO.

Ce l’ha spiegato senza mezzi termini Filippo Ongaro. E poi Marco Bianchi e poi Veronesi, ciascuno nel suo modo, con le sue enfasi.
Noi ne abbiamo fatto una sintesi nostra, imperniata sulle nostre disponibilità di approvvigionamento, sulle stagionalità della nostra regione. E abbiamo perso ‘sto sacchetto di 20kg di peso in eccesso, recuperando felicità, consapevolezza e un sacco di abiti bellissimi che non ci calzavano più.

Tralasciando i miracolati dal metabolismo da colibrì che potrebbero mangiare corde di contrabbasso dorate e fritte, noi altri esseri umani, che ci barcameniamo tra l’ippopotamo e il bradipo con momenti felici da koala, mangiamo troppo.

E non tra natale e capodanno, ma tra capodanno e natale.

L’evento, il periodo episodico, non fa statistica. La quotidianità si.
Non siamo minatori o pallavolisti e una volta passati i 30 anni, non abbiamo più grandi dispendi di energia (e no, girare velocemente la rotella del mouse non è uno sport riconosciuto).
Se si riuscisse a fare il conto dello zucchero che ingurgitiamo in una normale giornata tipo, sarebbe ben evidente che si tratta di quantità enormemente sovrabbondanti.
Caffè zuccherato e brioche, poi un succodifruttino (zuccheratissimo), un tramezzino di panebianco e formaggio light (con edulcoranti a secchiate), un bel frutto maturo e poi al pomeriggio uno spuntino coacervo di zuccheri malcelati eventualmente di sintesi. Alla sera due fili di pasta bianca con un pizzico di pomodori (edulcorato per via della sua acidità): fame e ciccia olltugheder.

Poi abbiamo scoperto che le cose integrali in commercio non sono più quegli ammassi di segatura che la Misura vendeva negli anni 80: esistono millemila prodotti da forno, essiccati, freschi realizzati con farine integrali di ogni sorta: frumento, farro, mais. E che non esiste soltanto la pasta: c’è l’orzo, l’avena, il riso integrale (oh mmamma quante varietà di riso). Ed esistono le frutte secche: mandorle, noci, nocciole, pistacchi.
E le spezie! Profumi, colori: gioia.

Perciò, a partire dalla favolosa tradizione delle tigelle emiliane (preziosa eredità dei nostri amici fraterni della Mototigella) abbiamo rivisitato la ricetta: bandita la farina 00 (che in emilia si adopera per pressoché tutte le preparazioni, indifferentemente dolci o salate), abbiamo adoperato la nostra locale farina carosella, quindi la sua versione integrale e indi poi abbiamo osato deviare sul farro, integrale: che profumo ragazzi…
Fibre, basso contenuto glicemico e immenso sapore.

Da qui, il nostro annuale appuntamento invernale con la Compagnia della Tigella (composta dai vari membri della famiglia, oggetto di diaspora studentesco-lavorativa) ha preso una piega che ha seguito l’evolversi delle nostre consapevolezze e delle nostre vite.
Ciascuno a suo modo, attraversando esperienze e tempeste varie, come solo l’esistenza può mandarne, abbiamo imparato che il punto di tutto è avere cura di sé.
Reciprocamente.
Di prenderci cura di noi.

Fermi tutti: e la zafarana? E il rosso?

La zafarana è il nome dialettale lucano del peperone, che qui una volta raccolto, viene curato amorevolmente al sole fino a determinarne il completo essiccamento. Quindi ne vivono le declinazioni “cruscho” cioè fritto in olio bollente molto velocemente fino a farne una “patatina” – che nella tradizione accompagna piatti di baccalà – (eh si nell’entroterra, la tradizione importa soltanto pesce essiccato), e “psat'” cioè pestato fino a donarne al mondo una polvere rossa, profumatissima, saporita e decorativa.

RossoZafarana è il colore del nostro collante emotivo, della nostra eredità genetica che portiamo con noi in tutti i fantastici posti che ci ospitano e ci arricchiscono.
E ovunque siamo: abbiamo cura di noi.

RossoZafarana 2013

Nell’edizione 2013 è stato chiesto agli ospiti una partecipazione attiva: ciascuno avrebbe dovuto pensare e cucinare sul posto il ripieno di una tigella.
L’edizione è stata vinta a piene mani dalla nostra deliziosa redattrice Sara che ha dimostrato disinvoltura e perizia ai fornelli, sciorinando, per la gioia dei commensali: tigelle con spinaci, pinoli, uvetta rinvenuta nella Grappa di Greco di Tufo, olive di Ferrandina.